15-11-2014

Sposereste quest'uomo?

Ben Affleck vi farà venire i brividi nella storia di una coppia perfetta che nasconde inconfessabili segreti. State pensando: «A me non accadrebbe mai»? Lasciate che lui vi parli delle «maschere che tutti indossiamo»

Le invenzioni più recenti sono state: a) Ben Affleck buttato fuori dal casinò (in realtà, gli hanno cortesemente chiesto di astenersi dal blackjack, solo da quello, perché è diventato troppo bravo); b) sua moglie Jennifer Garner decisa a scaricarlo (altra sciocchezza). Fin dai tempi in cui usciva con l’altra Jennifer – Lopez – e la stampa gossip lo infamava e i paparazzi lo perseguitavano, Ben è abituato a vivere nell’acquario. 

Potete intuire perché David Fincher abbia voluto lui nella parte del protagonista del thriller L’amore bugiardo - Gone Girl, la storia di un giornalista fallito – Nick Dunne – che diventa il principale sospettato quando scompare sua moglie Amy (interpretata da Rosamund Pike) e si ritrova a vivere sotto il microscopio e nell’ombra del sospetto, fino a quando le cose si rivelano essere più complesse di come sembrano. L’adattamento cinematografico del romanzo L’amore bugiardo – un best seller mondiale in cui l’autrice Gillian Flynn (sceneggiatrice anche del film) esplora i temi del matrimonio sullo sfondo del sistema dei media e della crisi economica – era ambito da ogni attore a Hollywood. La regia di Fincher, poi, lo trasformava in quello che Affleck definisce «un sogno che diventa realtà». Tanto da spingere l’attore, regista, sceneggiatore e due volte premio Oscar a far slittare la produzione del suo nuovo lavoro dietro la macchina da presa. Lo abbiamo raggiunto a Detroit, dove sta girando l’attesissimo Batman v Superman: Dawn Of Justice.

Quand’è che ha scoperto l’esistenza del libro?
«A Hollywood lo stavano leggendo tutti. Ho pensato: “Accidenti, farne un film sarebbe davvero difficile”. Poi l’ho chiuso e ho smesso di pensarci, fino a quando mi hanno telefonato dicendo: “C’è David Fincher che vuole vederti per L’amore bugiardo”. Io stavo per cominciare a dirigere un altro film, ma cavolo, Fincher, capisce? Così ho rimandato la mia regia, e la Warner è stata molto accomodante. È incredibile: di punto in bianco, arriva qualcuno che ti serve uno dei tuoi sogni su un piatto d’argento».

Quali sono state le sue prime impressioni sul personaggio di Nick e sulla storia in generale?
«Ho capito che sarebbe stata una parte solo all’apparenza facile da interpretare, perché l’impressione del personaggio sul pubblico andava calibrata con molta delicatezza. La tua opinione su questa persona deve trasformarsi a mano a mano che la storia procede, e né io né David volevamo farlo in modo non realistico. Perciò abbiamo lavorato sui dettagli, ed è la cosa più difficile. Perché tutto dev’essere a suo modo convincente: “Ah, ma allora forse è stato lui...”, “No, aspetta, forse no...”. Se nella mente del pubblico non fossero nate le stesse domande, il film non avrebbe funzionato bene».

Con Fincher di che cosa avete discusso, in particolare?
«Lui mi diceva: “È un’interpretazione in cui non può esserci la minima traccia di vanità. Parliamo di un uomo che riceve una serie di batoste, e del quale arriviamo a vedere i lati più vulnerabili”. È un’idea che a me piace. La vanità nei film – e ultimamente ne vedo tanta – mi dà fastidio, perché è nemica del realismo. D’altra parte, con David avrei recitato anche l’elenco telefonico. Così abbiamo tentato di creare un personaggio che sembri reale, con cui ci si possa identificare. E del quale si possa pensare che forse la moglie l’ha uccisa davvero».

Non dev’essere facile entrare nei panni di un uomo che sa di essere tenuto sotto controllo: un po’ come interpretare una persona che a sua volta interpreta un ruolo.
«Esatto, e per me era l’elemento più potente del film, quello che più mi intrigava. Il modo in cui i media trasformano le persone in stereotipi: “Tu adesso sei il marito adorante”, oppure “Sei il diffamatore che ti pugnala alle spalle”. E poi ovviamente c’è il gioco dei ruoli che si crea nelle coppie: in un contesto coniugale tu ti aspetti qualcosa da una persona, e quella persona si aspetta qualcosa da te. La moglie devota, il marito obbediente... Se ci si comporta in un modo che non corrisponde a quelle aspettative, ecco che nascono i problemi. E quando Nick non agisce come ci si aspetta da un marito che soffre, la gente che lo osserva, e i media, si scatenano».

Lei ha una certa esperienza al riguardo.
«Sì, l’ho sperimentato. Mi hanno descritto in termini in cui non mi riconoscevo, e ci sono stati periodi della mia vita nei quali ho deciso: “Succeda quel che deve succedere, io adesso mi comporto esattamente per quello che sono”. Osservare le reazioni negative che suscitavo in quei casi è stata un’esperienza davvero intensa. Pensavo: “Ma perché vi importa tanto? Perché questa cosa genera tanta ostilità?”».

(...)

Il film parla di media, ma parla soprattutto dello stato dei matrimoni, oggi.

«L’amore bugiardo è sostanzialmente un libro sul matrimonio. Anche il film lo è, sebbene nella visione di David. In definitiva penso che il film parli di come inizialmente nelle relazioni indossiamo delle maschere, per renderci attraenti agli occhi dell’altro, corrispondere alle sue aspettative. Poi spesso, in un matrimonio, quelle maschere vengono calate. Chiudi la porta e scopri chi sei davvero, e chi è davvero l’altro. Spesso, è un processo che riserva delle sorprese. Secondo me questo processo è l’elemento centrale che unisce tutti gli altri temi, nel libro come nel film».

Articolo tratto da Vanity Fair

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